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TRIUMPH TRIDENT 750
Restauro ed elaborazione del Triumph Trident 750
Nel restauro c’è chi si accontenta di un’ estetica
il più simile possibile all’originale, anteponendola talvolta
all’ efficienza meccanica, e chi invece dopo aver ottimizzato il
rendimento di motore e sospensioni nel rispetto dei canoni classici, cerca
di cogliere l’essenza di propulsori che sembrano trovare una nuova
giovinezza grazie all’opera di meccanici appassionati.

Smontando e rimontando il tricilindrico di Coventry,
ci è tornato in mente quando un altro restauratore, già
allora ricco di anni e d’esperienza, ripeteva che questi motori
richiedono un approccio diverso. Gli assemblaggi, i materiali e le stesse
componenti - ammoniva - viste con l’occhio del meccanico di oggi,
è difficile credere che possano funzionare, eppure funzionano eccome.
E aggiungeva - a volte un particolare presenta una caratteristica che
giudicata secondo i canoni della tecnica attuale dovrebbe addirittura
impedire al motore di avviarsi. Il “difetto”, che spesso risiede
in un accoppiamento apparentemente poco corretto dal punto di vista meccanico,
si “abbina” a quelli delle parti collegate, permettendo al
complesso una discreta funzionalità.
Assemblando invece tutto con criteri e tolleranze moderne, a volte si
crede di migliorare e si ottiene per contro il risultato opposto. Per
ottenere buoni risultati con motori e ciclistiche “datate”
come quella del Trident, è quindi necessario anche comprenderne
la filosofia... Tanto per fare un esempio,
revisionare un Trident con tolleranze degne di una racer giapponese, trascurando
le dilatazioni cui queste unità vanno soggette e grazie alla tendenza
al surriscaldamento, causa dei problemi tranquillamente evitabili con
un accoppiamento meno stretto tra cilindri e pistoni. In questo caso,
la capacità del meccanico-restauratore consiste nel riuscire a
capire quando vale la pena di accanirsi per migliorare le condizioni di
funzionamento di un componente e quando è invece preferibile accontentarsi
del miglior compromesso possibile, per non alterare l’ equilibrio
tra le parti.

Ricorrendo sempre all’esperienza accumulata sul Trident, un esempio
di questo problema si verifica quando potenziando l’impianto
frenante si finisce per mettere in crisi la forcella, caratterizzata
oltre che da un’ idraulica piuttosto rudimentale dal ridotto diametro
degli steli. A questo punto si potrebbe adottare uno dei vari kit di upgrading
dei pompanti, facilmente reperibile sul mercato inglese. Una soluzione
ancora più radicale sarebbe montare una forcella
più performante, per poi accorgersi, anche in questo caso, che
la sua maggior efficienza, per essere sfruttata appieno richiederebbe
un incremento dell’impronta a terra del pneumatico, con un discreto
sacrificio in termini di maneggevolezza, accettabile nell’impiego
sportivo o agonistico, ma eccessivamente oneroso nell’uso stradale,
cui la moto ritratta in queste pagine viene adibita.
Questo dimostra come, pur partendo da presupposti del tutto
fondati, cercando di migliorare il comportamento dinamico di una moto
d’epoca, basti poco per alterarne il delicato equilibrio. Per un
impiego stradale anche veloce, invece, una accurata
revisione della forcella
originale, con lappatura degli steli e dell’interno dei foderi,
abbinato all’’impiego di un olio specifico per sospensioni
di motoclassiche ed una buona messa a punto, garantiscono un risultato
ottimale ad un costo ragionevole.
Rispolverando un termine divenuto ormai desueto nell’era CAD-CAM,
sulle vecchie moto, possono essere ottenuti dei risultati degni di nota
dal punto di vista prestazionale, inteso anche in termini di “handling"
e sfruttabilità del mezzo da parte
di un pilota medio, anche limitandosi ad un certosino lavoro di aggiustaggio
delle parti. Si tratta in ogni caso di modifiche pertinenti, ispirate
a quelle in auge nelle competizioni per derivate di serie degli anni
settanta e che non stravolgono quindi lo spirito della moto. In caso di
pentimento, inoltre, risulta anche abbastanza agevole riportare la moto
alla condizione originale.
Come avveniva sulle special degli anni sessanta, la sella
è stata abbassata rendendo il codino più pronunciato. Il
profilo incavato, oltre a trattenere meglio nella guida sportiva, contribuisce
ad abbassare il baricentro, il cui posizionamento rende il Trident originale
meno a suo agio nel misto stretto rispetto al più agile Bonneville.
I due “tronchetti” del manubrio
in due pezzi, abbinati alle piastre portapedane
arretrate di Norman Hyde e ai pedali freno
e cambio modificati artigianalmente, rendono
la posizione di guida funzionale anche per le persone di alta statura.
Per attenersi ad una preparazione d’epoca al poderoso Fontana da
250 millimetri non è stata abbinata la consueta
“replica”
della Ceriani. La revisione e la messa a punto della forcella originale
hanno reso comunque irreprensibile la tenuta di strada, con un minimo
sacrificio in termini di comfort. Più impegnativo è risultato
il lavoro sulla replica del grosso freno a doppia camma, che ha richiesto
un paziente lavoro di tornitura per ottenere un adeguato accoppiamento
delle ganasce con la pista frenante.
Ma In una moto sportiva sono i dettagli a
fare la differenza: per evitare un rinvio che sarebbe andato a discapito
della precisione è bastato rovesciare la leva del cambio. La leggerissima
pedana da corsa, ricavata dal pieno in ergal,
è stata dotata di uno snodo per non interferire con il pedale dell’avviamento.
La conformazione dello scarico è stata
modificata più volte alla ricerca del rendimento ottimale. Ora
è completamente libero: il rantolo baritonale emesso ai bassi si
tramuta agli alti regimi in un urlo rabbioso, invero sgradito ai tutori
dell’ 0rdine, favoloso quando si percorrono certe strade poco frequentate
della Val Camonica.
I carburatori
sono gli Amal Concentric da 30 mm. sostituiti
agli originali da 27 e muniti di cornetti in alluminio ricavati al tornio.
A conferma dell’indole sportiva del propulsore, il radiatore dell’olio
è di serie. Grazie anche all’impiego di un olio con caratteristiche
racing, la temperatura del lubrificante non raggiunge i livelli di guardia
neppure durante le peggiori ” tirate”.
Anche al retrotreno troviamo un Fontana
“replica” a doppia camma, ma da 230 mm. In questo caso
la messa a punto è stata finalizzata a trovare la modulabilità
necessaria a scongiurare pericolosi bloccaggi. Oltre alla minacciosa “bocca”
del tre in uno verniciato in nero opaco, si nota la presenza di un genuino
cerchio in alluminio a bordo alto. Con ciclistiche “classiche”,
previa adeguata regolazione dei raggi, la ruota
tradizionale Borrani record o
Akront che sia, si rivela non meno performante
della monolitica in lega, la cui superiore rigidità, invece, meglio
si abbina alle sospensioni evolute delle moderne maximoto.
Anche nel rispetto della classicità, il lavoro sull’assetto
di guida è stato notevole, tanto che stando distesi sul
serbatoio alle alte velocità è percepibile il lieve vantaggio
aerodinamico (ed il seppur minimo riparo) fornito dai due strumenti posti
sulla piastra della forcella. I nostri padri, del resto, fendevano l’aria
senza il benché minimo ausilio di carenature e allora perché
non accontentarsi di due begli Smiths. Oltretutto non saranno precisissimi,
ma quanto ad estetica non hanno nulla da invidiare alle “radiosveglie”
di certi transatlantici a due ruote…
Per la cronaca, dopo tutti i lavori fatti il Trident prende
circa ottomila
giri nelle marce alte, per una velocità massima di… tanti,
tanti punti in meno sulla patente.
L’angolazione radicale del “due pezzi” Tommaselli ha
richiesto la realizzazione di due fermi di fine corsa di raffinata fattura,
posti sulla piastra inferiore della forcella, a salvaguardia delle dita
del pilota che finivano regolarmente stritolate tra il manubrio ed il
serbatoio. L’affinamento della ciclistica, oltre a consentire uno
sfruttamento ottimale del motore potenziato, ha permesso di evitare il
ricorso al frenasterzo, il cui pomello ha ora solamente una funzione decorativa,
mentre prima veniva spesso utilizzato nel tentativo di limitare le oscillazioni
dello sterzo alle alte velocità.

Made in Classic Farm anche il pedale del freno posteriore:
improntata alla massima funzionalità, viene ricavata dall’originale
Triumph in tubo, alleggerita e dotata di un pedale in alluminio godronato,
regolabile su due posizioni. Anche il fermo registrabile del fine corsa
viene ricavato dal pieno e pesa pochi grammi incluso il registro. La piastra
di supporto modificata per ospitare le pedane da corsa è
una Norman Hyde: il montaggio elastico risulta
particolarmente efficace nell’attenuare le vibrazioni.
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